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Weekly investment update – Un punto di svolta a metà giugno

Senza alcun segno di tregua dalle pressioni inflazionistiche, le banche centrali si sono imbarcate in un percorso di significativo inasprimento della politica monetaria. Le valutazioni degli asset rischiosi sono scese bruscamente mentre gli investitori tentano di adeguarsi alla netta inversione di rotta della Federal Reserve statunitense e della Banca Centrale Europea. Il sentiment sulla crescita economica è fiacco e la stagflazione è una delle principali preoccupazioni.

Un punto di svolta

Per l’economia globale e i mercati finanziari, la settimana conclusasi il 17 giugno ha segnato un punto di svolta definitivo. Ora che le banche centrali hanno chiarito la necessità di un’azione politica incisiva per contenere l’inflazione, è maturata la consapevolezza della transazione in atto verso un nuovo regime meno accomodante in termini di condizioni finanziarie. La decisione della Federal Reserve statunitense di aumentare i tassi di riferimento dello 0,75% il 15 giugno è andata contro la sua stessa forward guidance che aveva profilato un intervento dello 0,50%. In effetti, solo poche settimane prima, una tale misura era stata esclusa dallo stesso Presidente Jay Powell. È ormai evidente quindi che, dopo un lungo periodo di esitazione, la Fed ha riconosciuto di dover affrontare il problema dell’inflazione in modo più risoluto, a prescindere da tutto.

Il nostro team macroeconomico prevede ora che la Federal Reserve inasprirà rapidamente la politica monetaria con un altro aumento di 75 pb a luglio, seguito da +50 pb a settembre e novembre, quindi da +25 pb a dicembre e gennaio, per concludere il ciclo con tassi di riferimento al 3,75-4%. Quanto al reddito fisso, il team prevede invece che i rendimenti dei Treasury US a 10 anni si attesteranno al 3,50% entro la fine dell’anno (rispetto all’attuale 3,17%), per poi scendere modestamente al 3,25% circa nel primo trimestre del 2023 di pari passo con il rallentamento della crescita e dell’inflazione.

In occasione del suo discorso semestrale al Congresso il 22 giugno, Powell ha ribadito il messaggio del Federal Open Markets Committee (FOMC). Data la coerenza e il tono delle sue osservazioni, sembra che il Presidente non senta il bisogno di correggere l’attuale approccio comunicativo.

Le banche centrali corrono per recuperare il ritardo

Nella settimana conclusasi il 17 giugno 2022, la Bank of England ha apportato il quinto rialzo consecutivo dei tassi d’interesse nel tentativo di contenere le fiammate inflazionistiche. Tra i membri del Comitato per la politica monetaria, 6 hanno approvato un incremento del tasso di riferimento di 25 punti base all’1,25%, mentre i tre funzionari dissenzienti hanno votato per un intervento addirittura di 50 punti base all’1,5%. In una dichiarazione del 16 giugno, il Comitato ha fatto sapere che “adotterà le misure necessarie per riportare l’inflazione in modo duraturo al target del 2% nel medio termine”. In tal senso, l’entità, il ritmo e la tempistica di eventuali ulteriori rialzi dipenderanno dalle prospettive economiche e dalle pressioni inflazionistiche.

Il 16 giugno anche in Svizzera la Swiss National Bank ha aumentato i tassi di riferimento per la prima volta dal 2007, portandoli al -0,25% da un livello di -0,75% rimasto invariato dal 2015. L’inflazione in Svizzera si aggira attorno al 3% e la SNB teme i rischi crescenti degli effetti secondari.

Questi aumenti dei tassi seguono la scia di inasprimento monetario della Reserve Bank of Australia (RBA), che il 6 giugno ha annunciato il più ingente incremento del tasso ufficiale degli ultimi 22 anni, nel tentativo di contenere le pressioni inflazionistiche. Il Consiglio della RBA ha infatti apportato un aumento di 50 punti base allo 0,85%. “L’inflazione in Australia è salita vertiginosamente”, ha dichiarato in un comunicato il governatore della RBA, Philip Lowe. “Pur essendo inferiore a quella della maggior parte delle altre economie avanzate, è comunque più elevata di quanto previsto in precedenza.”

Nella prima settimana di giugno anche la banca centrale canadese ha alzato il suo tasso ufficiale di 50 punti base per il secondo mese consecutive, mentre a maggio era toccato alla Nuova Zelanda, intervenuta con un rialzo dello 0,50% al 2%.

In quasi tutte le principali economie i responsabili politici sono stati colti alla sprovvista da un’impennata dell’inflazione, inizialmente considerata da molti come un fenomeno transitorio. La maggior parte delle banche centrali è quindi corsa ai ripari e sta ora riducendo gli stimoli e inasprendo la politica monetaria.

I mercati azionari crollano

I mercati sembrano giunti alla conclusione che, con il rischio di un aumento dei tassi sui fed fund al 4% entro fine 2022 e di un più rapido inasprimento monetario da parte delle suddette banche centrali, la probabilità di una recessione si sta facendo sempre più concreta. Di conseguenza, nella settimana conclusasi il 17 giugno, le azioni globali hanno subito una delle peggiori contrazioni dallo scoppio della pandemia di coronavirus: al 22 giugno, l’indice azionario S&P 500 era crollato del 21,11%.

Non c’è da stupirsi quindi se gli investitori sono stati colti di sorpresa dal rialzo dei tassi di 75 pb da parte della Fed. A seguito di tale mossa, il rendimento reale (indicatore chiave del tasso di sconto) è schizzato alle stelle, aggravando i timori che la Fed possa innescare una recessione. L’incertezza sulle prospettive inflazionistiche e la paura che la politica monetaria possa provocare una recessione continueranno verosimilmente ad alimentare la volatilità sui mercati azionari. Detto questo, la velocità e l’ampiezza del recente sell-off suggeriscono che forse ci stiamo avvicinando a una totale capitolazione degli investitori.

Aspettative inflazionistiche negli USA

È probabile che le aspettative inflazionistiche restino invariate nel report finale di giugno dell’Università del Michigan, la cui pubblicazione è prevista per il 24 del mese. La versione preliminare del rapporto, che indicava un aumento delle stime di inflazione a 5-10 anni al 3,3%, è stato a nostro avviso determinante per spingere la Fed a ignorare la sua precedente forward guidance e proporre un rialzo dei tassi di 75 pb al FOMC di giugno. Ora la banca sarà molto attenta a qualsiasi ulteriore movimento, a partire dalle potenziali revisioni nella versione finale del sondaggio di giugno. A tale proposito, sembrerebbe esserci poco margine per una correzione al ribasso, soprattutto se i prezzi di benzina e generi alimentari continueranno ad aumentare.

Deflussi dai mercati del credito

Le preoccupazioni per una recessione indotta dalla politica delle banche centrali hanno provocato deflussi da record dal settore high yield statunitense, dove gli investitori temono un maggior rischio di default. Nella settimana conclusasi il 17 giugno, i capitali ritirati dai fondi obbligazionari high yield statunitensi sono ammontati a 6,6 miliardi di dollari, a segnare la settimana peggiore in termini di disinvestimenti dal sell-off del marzo 2020. Secondo l’EPRF, da inizio anno i fondi high yield hanno perso quasi 35 miliardi di dollari e anche il debito societario investment grade statunitense ha registrato deflussi per 2,1 miliardi nella settimana al 17 giugno.

È troppo presto per acquistare asset rischiosi

Il nostro team multi-asset ritiene che, dal punto di vista del premio per il rischio azionario rispetto allo spread creditizio, il credito investment grade presenti valutazioni allettanti sia negli Stati Uniti che in Europa (ad eccezione del segmento high yield). Il team è inoltre dell’idea che sia ancora troppo presto per acquistare asset rischiosi, ma se la nostra propensione al rischio dovesse aumentare, il credito sarebbe un ottimo candidato per nuovi investimenti.

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