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La portata e la velocità dell’inasprimento della politica monetaria nei mercati sviluppati hanno innescato un nuovo ciclo di vendite di azioni e un ulteriore forte aumento dei rendimenti obbligazionari questa settimana. Il brusco rialzo dei costi di finanziamento, guidato dal mercato obbligazionario statunitense, si sta diffondendo ai mercati finanziari globali con notevoli ricadute che hanno già visto instaurarsi un nuovo paradigma.

L’incessante serie di incrementi dei tassi d’interesse da parte delle principali banche centrali nelle ultime settimane – senza precedenti per il ritmo serrato – è stata costantemente accompagnata da una retorica aggressiva. I responsabili politici hanno colto ogni occasione utile per ribadire che l’obiettivo primario è riportare l’inflazione sotto controllo, anche se ciò significa innescare una recessione.

In Europa, il rincaro dei prezzi dell’energia sta contemporaneamente alimentando l’inflazione e indebolendo la domanda reale. Ciononostante, la Presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, ha fatto eco al messaggio inviato da altri banchieri centrali dei mercati sviluppati:

“Non permetteremo che questa fase di elevata inflazione si ripercuota sul comportamento economico e crei un problema di inflazione duratura. La nostra politica monetaria sarà impostata con un unico obiettivo: rispettare il mandato di stabilità dei prezzi”.

L’angoscia politica attanaglia i mercati

L’idea che le banche centrali, e in particolare la Federal Reserve statunitense, possano condurre una politica monetaria “con il pilota automatico” e a ritmo sostenuto ha innervosito i mercati finanziari, che nell’ultima settimana hanno vissuto la più grave turbolenza dai tempi della crisi del coronavirus.

I rendimenti obbligazionari dei paesi sviluppati sono schizzati alle stelle, mentre le azioni sono scivolate a nuovi minimi annuali. L’ampiezza delle oscillazioni dei prezzi ha messo in difficoltà molti investitori, che preferiscono aspettare la fine della tempesta. Di conseguenza, la situazione di liquidità del mercato dei Treasury statunitensi è peggiorata, aggravando la volatilità (si veda il Grafico 1 in basso).

La portata dei movimenti sui mercati obbligazionari e valutari globali sta suscitando negli investitori una certa inquietudine: si teme infatti che un inasprimento troppo rapido della politica monetaria possa rivelarsi un grave errore.

I membri senior della Fed hanno insistito in modo inequivocabile sulla necessità di portare i tassi d’interesse a un livello che limiti attivamente l’economia statunitense e di mantenerlo per un periodo prolungato. Di conseguenza, il rischio di una recessione globale è percepito come nettamente maggiore e pesa sul sentiment.

Le conseguenze (ad oggi)

Nel corso dell’ultima settimana, i mercati finanziari hanno assistito a una serie di eventi che hanno dimostrato come i responsabili politici al di fuori degli Stati Uniti stiano ignorando a loro rischio e pericolo le conseguenze del cambiamento in atto nella politica monetaria americana.

La scorsa settimana la Bank of Japan è stata costretta a intervenire sui mercati valutari per difendere lo yen, dopo il crollo repentino ai minimi in 24 anni rispetto al dollaro statunitense.

Successivamente, le forti riduzioni fiscali pianificate dal nuovo governo britannico hanno innescato un drastico sell-off sui mercati valutari e del debito sovrano del Regno Unito. Questa settimana la sterlina ha toccato il minimo storico rispetto al dollaro (1,035), mentre i rendimenti dei Gilt a 30 anni sono saliti vertiginosamente a un massimo in 20 anni superiore al 5%.

Le turbolenze sono state tali che, il 28 settembre, la Bank of England ha adottato un provvedimento d’emergenza, annunciando un programma di acquisto di obbligazioni per 65 miliardi di sterline finalizzato a ripristinare la stabilità dei mercati del debito pubblico britannico.

La banca centrale ha avvertito anche di un “rischio sostanziale per la stabilità finanziaria del Regno Unito” e ha sospeso le sue misure di restrizione quantitativa alla vendita di titoli di Stato – parte della strategia per riprendere il controllo dell’inflazione – impegnandosi invece ad acquistare obbligazioni nazionali a lunga scadenza per 5 miliardi di sterline al giorno per i prossimi quindici giorni.

Questi interventi non hanno fatto altro che spingere ulteriormente al rialzo i rendimenti obbligazionari statunitensi, già accelerati la scorsa settimana dopo che la Fed ha apportato il suo terzo incremento dei tassi di 0,75 punti percentuali, prospettando una politica monetaria di gran lunga più restrittiva.

Per la prima volta dal 2010, il rendimento dei Treasury US a 10 anni ha raggiunto il 4% questa settimana, dopo aver chiuso agosto al 3,2% (si veda Grafico 2). Si tratta del maggiore aumento mensile dal 2003 e dopo l’1,5% circa all’apertura del 2022, potrebbe rivelarsi anche il più massiccio incremento annuale di sempre.

Cosa accadrà in futuro?

L’entità e la rapidità dei rialzi dei tassi d’interesse suggeriscono che i mercati potrebbero aver superato il limite. Gli investitori resteranno comunque cauti, in quanto il brusco aumento dei costi di finanziamento potrebbe innescare ulteriori conseguenze nel sistema finanziario.

Il nostro team di gestione del portafoglio multi-asset ha approfittato del rialzo dei rendimenti obbligazionari statunitensi per chiudere la posizione di sottopeso in questi titoli. Dopo un movimento di tale portata nei mercati obbligazionari sviluppati, la tendenza è quella di creare con cautela posizioni sovrappesate.

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