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Weekly investment update – Più le cose cambiano…

Proprio quando pensavamo che le cose si stessero sistemando, ecco una serie di sorprese: prima la notizia della variante Omicron del Covid, che ha spinto i mercati in una (piccola) spirale ribassista; poi l’ammissione del presidente della Federal Reserve statunitense Jerome Powell che forse “transitorio” non è più un termine appropriato per definire l’inflazione; e infine la delusione degli ultimi dati sui posti di lavoro non agricoli negli Stati Uniti.

Considerati tutti questi “sconvolgimenti”, sorprende che i mercati siano rimasti pressoché invariati. Le preoccupazioni su Omicron hanno fatto scivolare di quasi il -4% l’indice azionario statunitense S&P 500, che ha comunque recuperato le perdite una volta confermato che la nuova variante sarebbe sì più infettiva, ma meno pericolosa. Come avvenuto con il ceppo Delta, quest’ultima ondata farà ritardare – ma non deragliare – la riapertura dell’economia (si veda Grafico 1).

Alla notizia di Omicron, le azioni europee sono inizialmente scese più di quelle statunitensi, poiché gli investitori sono convinti che i governi in Europa siano più inclini ad imporre nuove restrizioni rispetto a quanto avverrà probabilmente negli Stati Uniti. Infatti, mentre alcuni governi europei si stanno muovendo nella direzione dell’obbligo vaccinale, le proposte simili avanzate dall’amministrazione Biden sono state finora cassate dai tribunali.

Inflazione: qualche chiarimento

Gli investitori americani hanno poi dovuto elaborare i commenti del Presidente della Fed Powell, secondo cui la banca centrale avrebbe abbandonato il termine “transitorio” per descrivere l’inflazione. Con questa dichiarazione, la Fed non ha ammesso di aver sbagliato valutazione, quanto piuttosto che la sua visione è stata fraintesa.

Molti investitori infatti hanno interpretato il concetto di “transitorio” nel senso che l’inflazione elevata sarebbe durata per un periodo limitato, mentre la banca centrale intendeva dire che le pressioni inflazionistiche a breve termine non si sarebbero tradotte in un tasso d’inflazione più alto e sostenuto in futuro.

In effetti, la teoria della Fed corrisponde alla visione diffusa sui mercati e nei sondaggi prima degli ultimi commenti di Powell – visione che persiste tutt’oggi.

Se le previsioni inflazionistiche a breve termine rimangono elevate (e certamente più alte di quanto la Fed si aspettasse), le stime del mercato per il livello d’inflazione a 5-10 anni sono ancora inferiori o comunque non superiori ai livelli precedenti la crisi finanziaria globale (si veda Grafico 2).

Non ci sarebbe stato da stupirsi se il tono più aggressivo di Powell sull’inflazione avesse alimentato le aspettative del mercato riguardo a un ulteriore inasprimento della politica da parte della Fed.

Inizialmente, le stime sul livello d’interesse sui fed fund tra un anno (basate su swap indicizzati overnight) sono calate, probabilmente perché il mercato sconta già una crescita economica più lenta e una Fed più cauta dopo l’insorgenza della variante Omicron. In realtà, anche se l’allarme per Omicron è (per ora) rientrato, il tasso stimato sui fed fund è comunque più basso di quanto non fosse prima dei commenti di Powell (si veda Grafico 1).

Il mercato del lavoro statunitense è più forte di quanto sembri

La Fed ha specificato che non sarà solo l’andamento dell’inflazione a guidare la sua decisione su quando e quanto aumentare i tassi d’interesse: molto dipenderà anche dalla valutazione del mercato del lavoro.

La Banca Centrale potrebbe interpretare i risultati deludenti sul fronte dei nuovi posti di lavoro non agricoli (solo 210.000 impieghi creati a novembre rispetto ai 550.000 auspicati dal mercato) come un segnale che la riduzione dei suoi acquisti di asset in prospettiva di un incremento dei tassi andrebbe posticipata o per lo meno non accelerata. In realtà, i mercati scontano ora un tapering molto più rapido di quanto lasciato inizialmente intendere dalla Fed.

Ci sono molti motivi per cui la banca centrale statunitense non si è lasciata dissuadere dagli ultimi dati pubblicati. Innanzitutto si è trattato di un solo mese di risultati deludenti dopo svariati mesi di sviluppi più incoraggianti in termini di posti di lavoro creati. In secondo luogo, la carenza di impieghi ha riguardato soprattutto bar e ristoranti, mentre in quasi tutti gli altri settori la crescita dei posti di lavoro è proseguita.

Infine, l’occupazione civile continua ad aumentare rapidamente e in effetti a novembre ha evidenziato una netta accelerazione (si veda Grafico 3).

La percentuale di lavoratori che abbandonano i loro impieghi è storicamente elevata, ma con un tasso di solo il 2,8% della manodopera a novembre è comunque bassa in termini assoluti.

Ad ogni modo, il livello relativamente alto è più un segno di forza dell’occupazione statunitense, che non di debolezza. Chi abbandona il proprio impiego, infatti, non intende smettere di lavorare, bensì iniziare un altro lavoro, generalmente meglio retribuito. Data la ristrettezza del mercato del lavoro statunitense, non dovrebbe sorprendere che in molti stiano cercando opportunità più allettanti.

Inoltre, l’economia post-pandemia sarà probabilmente diversa sotto svariati aspetti significativi. Pertanto, questo rimescolamento del mercato del lavoro statunitense altro non è che un processo di riallocazione della manodopera verso le attività più produttive o a maggiore crescita del futuro.


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