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L’investimento sostenibile per un mondo che cambia

Mountains landscape

Nel nostro Investment Outlook 2023, cerchiamo di fornire gli investitori una guida in un momento cruciale per l’economia globale durante il quale l’aumento dell’inflazione e i cambiamenti geopolitici determinanti hanno portato a pressioni crescenti sui governi.

Executive summary

Macroeconomia e mercati

In questa sezione dell’Outlook evidenziamo che:

  • L’economia globale è sull’orlo della recessione mentre i tassi ufficiali salgono vertiginosamente, l’Europa affronta uno shock energetico e la Cina lotta tra politiche anti-Covid e mercati immobiliari fragili.
  • Il governo cinese ha la possibilità di stimolare la crescita, ma in Occidente le misure dei governi per aiutare le famiglie e le imprese potrebbero andare in conflitto con quelle delle banche centrali per contenere l’inflazione.
  • L’azionario deve lottare per generare rendimenti superiori alla media, anche se il divario tra le aspettative sugli utili societari ancora relativamente ottimistiche e la realtà economica si riduce. Siamo neutrali, con una profonda cautela in Europa controbilanciata dall’ottimismo per i titoli growth statunitensi.
  • Nell’ambito del reddito fisso, il credito investment grade dell’eurozona offre l’opportunità più interessante con spread ampi, ma generalmente buoni fondamentali societari.

Una ripresa sostenibile

Passando alla green transformation attualmente in corso, riteniamo che, come investitori, dobbiamo continuare a concentrare le nostre risorse su una crescita sostenibile a lungo termine. Vediamo opportunità nel passaggio, ad esempio, all’idrogeno verde, nel ripristino del capitale naturale o nella costruzione di infrastrutture verdi.

Temi di investimento per il lungo periodo

I nostri temi hanno sia un punto di vista sostenibile – transizione energetica e sostenibilità ambientale – sia un focus sui trend duraturi. Questi trend includono innovazione e disruption attraverso le nuove tecnologie, l’attrattiva dei mercati privati e la progressiva affermazione della Cina. Sebbene al momento sia improbabile una rivalutazione significativa delle azioni cinesi di classe A, le valutazioni sembrano attraenti e depongono a favore di un posizionamento strategico. Le opportunità includono l’aumento dei consumi e lo sviluppo dell’hard-tech.

Macroeconomia e mercati

In marcia verso la recessione

L’economia globale sembra puntare dritta verso un’inevitabile recessione. Le cause sono ben note: gli aggressivi rialzi dei tassi d’interesse delle banche centrali per contrastare l’inflazione, lo shock energetico in Europa e le politiche zero Covid e il traballante mercato immobiliare in Cina, spiega Daniel Morris, chief market strategist.  

La recessione è già arrivata in gran parte dell’Europa; ci attendiamo che negli Stati Uniti inizierà nel terzo trimestre del 2023 e che in Cina, nonostante una crescita negativa sia improbabile, i livelli saranno al di sotto delle medie storiche.

Non è difficile immaginare eventi e circostanze che potrebbero scatenare un ulteriore deterioramento: il crollo di un importante mercato finanziario dovuto al rapido aumento dei tassi d’interesse, un inverno rigido e possibili blackout in Europa o, ancora, un’escalation delle tensioni geopolitiche tra USA e Cina.

USA

Vista la forza del mercato del lavoro statunitense – evidenziata non solo dal basso tasso di disoccupazione, ma anche dai forti rialzi dei salari (nominali) – nel 2023 sarà probabilmente necessario un calo degli impieghi non agricoli. La domanda dei consumatori si indebolirà, malgrado le famiglie dispongano ancora di abbondanti risparmi “in eccesso”. Questi risparmi stanno tuttavia diminuendo e, va notato, sono concentrati soprattutto nelle famiglie ad alto reddito/basso consumo.

Un deterioramento del mercato del lavoro sarà fondamentale per riportare sotto controllo l’inflazione dei servizi. L’inflazione dei beni dovrebbe diminuire grazie agli effetti di base e a una flessione della domanda, mentre i costi degli alloggi ad un certo punto rifletteranno il continuo rallentamento del mercato residenziale. Ci attendiamo che il tasso d’inflazione per le spese in consumi personali core (PCE) scenda al di sotto del 3% entro la fine del 2023. Resta da capire se l’inflazione dei salari può essere arginata senza un forte incremento della disoccupazione. Il numero degli impieghi vacanti relativamente all’entità della forza lavoro resta attestato a circa due volte la media di lungo periodo1; in altre parole, le aziende sono costrette ad alzare gli stipendi per attrarre personale (Grafico 1). Storicamente, gli impieghi vacanti hanno mostrato di ridursi in modo significativo solo quando aumenta il tasso di disoccupazione. La Federal Reserve USA ritiene che il numero elevato di posti vacanti rifletta la riorganizzazione del mercato del lavoro e dell’economia seguita alla pandemia; con la graduale fine di questo processo, gli impieghi vacanti potrebbero diminuire senza che il tasso di disoccupazione debba necessariamente aumentare.

Il tasso di disoccupazione potrebbe non aumentare in modo particolarmente significativo anche per un’altra ragione: le aziende statunitensi hanno imparato dalla recessione indotta dai lockdown che licenziare il personale può ridurre i costi nel breve termine, ma essere controproducente in un’ottica di lungo periodo. Potrebbero quindi adottare un modello più simile a quello europeo, nel quale i dipendenti restano a libro paga anche durante una recessione, consentendo in seguito una ripresa più rapida e ordinata.         

A compensare l’effetto negativo dell’incremento dei tassi ufficiali saranno i continui investimenti derivanti dalle leggi Infrastructure Investment and Jobs Act e Inflation Reduction Act, che stanzieranno quasi 400 miliardi di USD in crediti d’imposta e sussidi per numerosi programmi di energia pulita.

Eurozona

L’Europa si trova ad affrontare uno shock energetico mai visto nella regione dopo gli incrementi del prezzo del petrolio dell’OPEC negli anni 70. Malgrado siano recentemente diminuiti, i prezzi del gas restano di 10 volte superiori rispetto alla media del 2019.

L’inflazione di alcuni Paesi ha raggiunto la doppia cifra, il sentiment dei consumatori è crollato e la domanda sta diminuendo in linea con i redditi disponibili. Ciononostante, crediamo che l’inflazione primaria abbia raggiunto il picco e tornerà ad attestarsi sul target del 2% della BCE nel 2024.

La risposta dei governi agli shock economici è cambiata dopo la pandemia. Anziché contare sugli stabilizzatori automatici – ad esempio le indennità di disoccupazione – per accompagnare le famiglie nei periodi di crisi, i governi fanno ora ricorso a forme più dirette di supporto per attutire qualsiasi calo dei redditi (o degli utili societari). 

Attuare questa strategia è stato relativamente facile durante la pandemia, quando i tassi ufficiali e l’inflazione erano bassi e le banche centrali acquistavano titoli di Stato. La recente esperienza del Regno Unito, tuttavia, rivela i limiti di queste politiche, ora che l’inflazione è ben al di sopra dei target e che le banche centrali stanno cercando di ridurre l’entità dei loro bilanci. Se la Germania può permettersi di varare un pacchetto di sostegno da 200 miliardi di euro, lo stesso potrebbe non valere per altri Paesi. Quando, prima della crisi finanziaria mondiale, i rendimenti dei titoli di Stato italiani erano superiori al 4%, il debito del Paese era di soli pochi punti percentuali inferiore al suo PIL. Oggi, lo supera del 40%. I rapporti debito/PIL sono migliorati nel 2022, ma con tutta probabilità peggioreranno nel 2023. I governi dovranno assicurarsi che le nuove spese siano mirate, per evitare una risposta compensativa rispetto a qualsiasi misura di stimolo varata dalla BCE.

Il piano di ripresa NextGenerationEU da 2.000 miliardi di euro (il più ingente pacchetto di stimoli nella storia dell’Unione) sarà determinante ai fini della creazione di “un’Europa più verde, più digitale e più resiliente”.

Cina

I due fattori che hanno gravato sulla crescita cinese nel 2022 — le politiche zero Covid e l’instabilità del mercato immobiliare — dovrebbero attenuarsi nel 2023, consentendo il rimbalzo dell’economia, anche se la crescita si attesterà presumibilmente al di sotto dei livelli pre-pandemia.

I contagi di Covid in Cina si sono nuovamente impennati, ma il governo ha riconfermato la volontà di proseguire con la politica zero Covid. Al contempo, prosegue lo sviluppo di un vaccino con tecnologia mRNA che dovrebbe, ad un certo punto, essere distribuito. Oggi, sappiamo per esperienza che l’attività economica può riprendersi rapidamente una volta sollevate le misure di restrizione.

La risoluzione dei problemi del mercato immobiliare potrebbe invece richiedere più tempo. Dal recente Congresso del Partito Comunista è emersa l’intenzione di varare politiche di lungo termine volte a creare un sistema residenziale che assicuri un’offerta da più fonti e lo sviluppo dei mercati delle locazioni e delle vendite di immobili. Nel breve periodo, il governo sta vagliando politiche mirate per sostenere la ripresa del settore.

Il discorso del Presidente Xi al Congresso è stato inoltre rilevante per l’enfasi sulla volontà di accelerare la transizione verso uno sviluppo ecologico e il rispetto degli obiettivi sulle emissioni di anidride carbonica. Anche questa dovrebbe essere una fonte di domanda nel lungo periodo per le aziende dei settori interessati.

Una differenza fondamentale tra la Cina, gli Stati Uniti e l’Europa è lo spazio di manovra di cui i governi dispongono per stimolare l’economia mediante misure fiscali o monetarie. L’inflazione core, oltre il 4% nell’Eurozona e oltre il 6% negli USA, è attestata a solo 0,4% in Cina.2

Leggere anche l’articolo sulla Cina nella sezione TEMI D’INVESTIMENTO PER IL LUNGO PERIODO, nel seguito.

Titoli azionari – facciamo il punto

People walking zebra crossing

Il 2022 è stato un anno straordinario e ha segnato la fine di quindici anni altrettanto straordinari dopo la crisi finanziaria mondiale (GFC). Un netto e rapido incremento dei tassi di sconto reali ha causato perdite dolorose in tutte le asset class, mettendo fine alla panacea che i tassi “più bassi più a lungo” avevano creato per gli attivi rischiosi nel corso di diversi decenni, scrive Maya Bhandari, head of Multi-assets.  

Ad esempio, un investitore in un portafoglio composto per il 60% da azioni globali e per il 40% da titoli di Stato, entro la fine di ottobre di quest’anno, aveva perso il 20%; un’enormità e un livello lontanissimo dal 9-10% che lo stesso investitore sarebbe stato solito guadagnare negli ultimi 50 anni circa. Queste perdite sono state le peggiori di un’intera generazione, anche considerando il 2008, quando si erano fermate a “solo” il 14%.

Noi, come altri, avevamo ritenuto che questo forte rialzo dei rendimenti reali sarebbe stato la minaccia peggiore per i mercati finanziari nel 2022.  Per gran parte dell’anno, i nostri portafogli multi-asset hanno mantenuto posizioni corte di duration, neutrali sui titoli azionari (combinazione di posizioni lunghe in Asia e corte in Europa) e lunghe sulle materie prime. Ma, quando i rendimenti dei titoli di Stato, soprattutto i rendimenti reali, si sono rapidamente avvicinati ai massimi post-GFC, abbiamo preso profitto sulla nostra posizione corta di lunga data in titoli di Stato.

Una delle questioni principali per il 2023 sarà capire quando le banche centrali decideranno di mettere in pausa, o addirittura invertire, i cicli di incremento dei tassi di sconto, e l’impatto che questa decisione avrà sul valore dei flussi di cassa tra le diverse asset class. Sicuramente, gran parte dei movimenti dei mercati degli attivi nel 2022 è da attribuire alle variazioni del tasso di sconto.

Oggi, siamo gradualmente più costruttivi sui crediti aziendali, soprattutto sul segmento dei titoli a più alto rating in Europa.  Crediamo che le valutazioni ridotte (cioè gli spread elevati) non riflettano adeguatamente quelli che riteniamo essere fondamentali positivi. Non siamo invece pronti a incrementare più in generale l’esposizione agli attivi più rischiosi, come i titoli azionari. Continuiamo infatti a temere ulteriori rischi di ribasso sia per la crescita che per gli utili; inoltre, il sussistere delle incertezze geopolitiche potrebbe gravare ulteriormente sulle proiezioni dei flussi di cassa. Al contempo, riconosciamo che alcune aree, come le società tecnologiche USA di lunga duration, stanno diventando più interessanti in quest’ultimo scorcio dell’anno.

Le opinioni d’investimento, di norma, si basano su alcuni giudizi critici.  Oggi, tre questioni specifiche hanno un’enorme importanza ai fini delle prospettive di rendimento per il 2023.

Quando la Fed e altre grandi banche centrali invertiranno la rotta, orientandosi verso un calo dei tassi ufficiali?

La Fed, ad oggi, ha varato il ciclo di irrigidimento monetario più rapido mai visto nella storia. Resta da capire quando deciderà di fermarsi e consentire la trasmissione di questi rialzi attraverso il sistema, evitando l’errore di una frenata eccessivamente brusca. Tutto considerato, crediamo che le possibilità di un cambio di rotta più repentino e marcato stiano aumentando, anche piuttosto velocemente.

Nel 2022, i tassi di interesse – reali e nominali, correnti e impliciti – sono aumentati drasticamente nelle principali economie mondiali. L’incremento ha interessato tutta la curva, ma è stato particolarmente marcato nella parte a breve. Il rialzo di 500 pb dei tassi reali a 2 anni dal mese di marzo ad oggi è stato rimarchevole, così come l’incremento del livello previsto dei Fed Funds a tre anni, da 1,5% a 5% in soli sei mesi.

I tassi reali a cinque anni (misurati con un anticipo di 5 anni) – che per molti rappresentano un indicatore di lungo termine dei tassi ufficiali “neutrali” – si sono impennati a livelli che non si vedevano da prima della crisi finanziaria globale. Un anno fa, erano attestati a solo -85 pb negli USA e a -1,4% in Europa, mentre sono oggi balzati, rispettivamente, a 1,50% e 1,25%. Un rialzo peraltro ampiamente giustificato, ad esempio, dal forte cambiamento del mix fiscale-monetario, dall’inversione di alcuni trend strutturali (come la globalizzazione) che avevano protetto la tendenza al ribasso dei titoli di Stato, e dalle dinamiche demografiche favorevoli. Ma vi sono anche buoni motivi per prevedere una pausa di questo andamento, sulla scia dei crescenti fattori di rallentamento in termini sia di inflazione che di crescita.

Il persistere dell’inflazione elevata ha messo alla prova la credibilità delle banche centrali, costringendole a intervenire sui tassi d’interesse rapidamente e in modo tardivo. Ma i tassi ufficiali effettivi scontano oggi il raggiungimento di un livello piuttosto restrittivo del 5,0-5,5% negli USA3 e del 2,25% in Europa entro la metà del 2023, mentre la crescita e l’inflazione rallentano per effetto dell’irrigidimento che si è già trasmesso nel sistema. Crediamo che una pausa dei rialzi dei tassi (la principale fonte di debolezza dei prezzi degli attivi nel 2022) potrebbe offrire un certo sollievo agli asset rischiosi; resta da capire in quale misura.

Mantenere una posizione lunga nel credito aziendale europeo di buona qualità, a valutazioni piuttosto depresse, è un’opzione che continuiamo a trovare attraente. Al momento della stesura di questo articolo, gli spread dei titoli societari europei con i rating migliori sono ai livelli della crisi del 2020, con un tasso d’insolvenza implicito di circa 10%, ovvero più di due volte il tasso peggiore a 5 anni e otto volte il tasso medio. Inoltre, e insolitamente per questa fase del ciclo, i rapporti di indebitamento di queste aziende sono bassi e in calo, la copertura degli interessi è elevata e gli stati patrimoniali sono sani. Va notato soprattutto che oggi le aziende non sono soggette a pressioni per ridurre l’indebitamento – ciò che di norma penalizza il credito con il graduale indebolimento del ciclo economico – e si affacciano su una potenziale recessione con flussi di cassa in eccesso e debiti di lunga duration.

Quanto sarà profonda la correzione della crescita e degli utili?

E questo ci porta esattamente alla seconda domanda sollevata in precedenza, ossia la profondità della prevista correzione della crescita e lo stato dei bilanci delle famiglie, mentre il 2022 volge al termine con un’inflazione in doppia cifra. Alla luce di questo contesto, abbiamo un approccio più cauto, soprattutto per quanto riguarda gli utili. Di conseguenza, non intendiamo investire nelle fasce inferiori delle strutture dei capitali – soprattutto in azioni – nelle aree su cui gravano più sfide, come l’Europa.

Il nostro team di economisti prevede che gli Stati Uniti perderanno tre milioni di posti di lavoro a inizio 2023, con un calo dei libri paga anche di oltre 300.000 unità. Si prevede un continuo indebolimento del mercato residenziale; i tassi sui mutui sono di quasi 400 pb più alti che nell’estate del 2021, e le richieste di mutui sono in netto calo. Le prospettive economiche europee sono altrettanto poco brillanti, con maggiori rischi di ribasso dovuti alla guerra in Ucraina e alla crisi energetica, e con riserve inferiori di risparmi delle famiglie. Conosciamo, dai tempi della crisi finanziaria mondiale, l’impatto che un mercato residenziale indebolito può avere sulla crescita; a questo, dobbiamo oggi aggiungere l’effetto dei persistenti incrementi dei canoni di locazione sull’inflazione dei servizi.

Questo contesto macroeconomico sempre più fragile sembra profondamente disconnesso dalle aspettative sugli utili aziendali relativamente ottimistiche. Di conseguenza, siamo neutrali sui titoli azionari, con una visione estremamente cauta sull’Europa controbilanciata da un maggiore ottimismo verso Cina e Giappone. I titoli azionari hanno generato perdite di total return a due cifre nel 2022 e le valutazioni sono diminuite rispetto ai massimi di gennaio, ma se non fosse stato per le aspettative di crescita positiva degli utili nel 2022 e 2023 le perdite sarebbero state anche maggiori.

Le aspettative sugli utili sono nel migliore dei casi un indicatore coincidente, ma sono oggi troppo elevate a fronte del contesto macroeconomico qui descritto. Disponiamo di diversi approcci per considerare quali dovrebbero essere i livelli degli utili e delle valutazioni nelle diverse fasi del ciclo. Con l’eccezione dell’Asia e, più di recente, dell’indice statunitense Nasdaq, la nostra ricerca indica nuovi ribassi – in termini sia di calo delle valutazioni che degli utili – prima che venga raggiunto il valore equo.

Quanto saranno importanti le tensioni geopolitiche nel 2023?

Infine, l’orizzonte di investimento è costellato di rischi geopolitici, che intendiamo monitorare attentamente nel 2023. L’evolvere della guerra in Ucraina e la crisi energetica, l’approccio della Cina a Taiwan e la riapertura dell’economia cinese, le dispute commerciali e il loro impatto sulle catene di fornitura: ognuno di questi sviluppi potrebbe alterare l’andamento dei flussi di cassa e i tassi di sconto. Non si intravedono possibilità di una rapida risoluzione e questi rischi resteranno presumibilmente elevati.

Un nuovo mondo obbligazionario

Pedestrians on street

Il reddito fisso ha riportato rendimenti negativi senza precedenti nel 2022, con tutti i settori in perdita (al 10 novembre 2022) a causa della normalizzazione dei tassi ufficiali, dell’impatto negativo della recessione sugli spread di credito e della forte volatilità spinta dagli shock di liquidità. Dopo un mercato rialzista durato più di 50 anni, è emerso un nuovo “mondo” obbligazionario nel quale è oggi possibile realizzare performance assolute positive, sostiene Daniel Morris, nostro chief market strategist.  

Le banche centrali sono riuscite a normalizzare i tassi d’interesse, per cui non dovrebbero essere necessari ulteriori rialzi significativi rispetto ai livelli attuali. I rendimenti reali quinquennali a cinque anni negli Stati Uniti e nell’Eurozona sono tornati ai massimi registrati all’indomani della crisi finanziaria globale. Di conseguenza, il carry sarà essenziale per generare rendimenti in futuro. Gli investitori devono ricordare che, storicamente, il carry ha sempre rappresentato la maggior parte dei rendimenti totali del reddito fisso. Poiché la transizione verso il nuovo mondo non è completa, tuttavia, è probabile il sussistere di una volatilità elevata a fronte della quale l’asset allocation giocherà un ruolo essenziale. Nel 2023 ci aspettiamo un saliscendi di crescita e inflazione, che richiederà allocazioni diverse a seconda del contesto macroeconomico.

Un ritorno sui mercati del reddito fisso dovrebbe incentrarsi sugli asset core – come gli strumenti del mercato monetario, i titoli di Stato e il credito investment grade – associati a investimenti satellite diversificati in obbligazioni flessibili, green bond e debito dei mercati emergenti.

Tornare a investire nel mercato monetario offre una certa attrattiva grazie alla visibilità dovuta alla duration corta e, oggi, ai rendimenti attraenti visto l’incremento sostanziale dei tassi di breve termine. Entro la fine del 2023 dovremmo assistere negli Stati Uniti a un calo dei tassi d’interesse, che sarà invece meno probabile nell’Eurozona. Riteniamo che il credito investment grade dell’Eurozona sia interessante, in quanto gli spread (al momento della stesura di questo documento) sono commisurati a tassi di default molto più elevati di quelli che a nostro avviso verranno effettivamente registrati.

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Una ripresa sostenibile

L’evoluzione della finanza sostenibile

All’inizio del 2005, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, invitò alcuni dei principali investitori istituzionali al mondo a contribuire alla formulazione dei Principles for Responsible Investment (PRI). Solo pochi anni dopo, gli eccessi di un sistema finanziario scarsamente regolamentato avrebbero innescato una crisi economica globale, rimettendo in discussione molti dei modelli finanziari utilizzati fino a quel momento. A posteriori, era giunto il momento che il mondo finanziario si interrogasse su alcuni degli eccessi di cui era responsabile in termini di comportamenti aziendali. Da allora, il numero dei regolamenti correlati agli investimenti sostenibili è decuplicato. Jane Ambachtsheer e Alex Bernhardt analizzano questa evoluzione e ciò che ci attende in futuro.  

La grande crisi finanziaria sollevò importanti domande in merito al ruolo della finanza. Per lungo tempo, il settore aveva interpretato il proprio dovere fiduciario nei confronti dei clienti come un obbligo di “massimizzare” i rendimenti finanziari per i “beneficiari”, spesso con un orizzonte temporale di alcuni trimestri o pochi anni.

Dal 2005 in poi, nel settore si è acceso il dibattito in merito all’impatto di un’integrazione dei criteri ambientali, sociali e di governance (ESG) in questo dovere fiduciario. La discussione è stata anche influenzata da dibattiti paralleli circa le tempistiche entro le quali puntare alla massimizzazione dei rendimenti e per quali beneficiari.

Nel 2005, la ricerca disponibile per comprendere l’impatto finanziario delle considerazioni ESG era relativamente scarsa e superficiale. Da allora, le nostre conoscenze sono aumentate in modo esponenziale.

Fattori ESG e risultati d’investimento

Possiamo oggi affermare con una certa sicurezza che l’integrazione ESG – a livello aziendale e di fondi – porta, nella maggior parte dei casi, a generare risultati finanziari migliori. Grazie soprattutto agli sforzi del PRI e di altri gruppi settoriali, il dibattito sul dovere fiduciario è stato sostanzialmente “risolto”. Investitori responsabili del controllo di oltre 100 mila miliardi di USD in asset hanno sottoscritto ai massimi livelli questa prefazione ai sei principi del PRI:

“In quanto investitori istituzionali, abbiamo il dovere di agire nel migliore interesse di lungo termine dei nostri beneficiari. In questo ruolo fiduciario, crediamo che le problematiche ambientali, sociali e di governance (ESG) possano influenzare le performance dei portafogli d’investimento (in misure diverse tra le società, i settori, le regioni, le asset class e nel corso del tempo). Siamo anche consapevoli che applicare questi Principi potrebbe allineare al meglio gli investitori con gli obiettivi della società più ampia.”

Mentre il settore degli investimenti è in linea di principio unanime nel concordare, molto resta da fare per realizzare un’integrazione ESG solida e accurata nei portafogli. Il divario tra ambizione e realtà è alla base di gran parte delle recenti critiche ai principi ESG dovute a dichiarazioni fuorvianti da parte di alcuni investitori – il cosiddetto “greenwashing”, o ambientalismo di facciata – nonché alla confusione dei dati disponibili. I regolatori hanno incrementato gli sforzi per fare chiarezza sulla definizione e l’applicazione della “sostenibilità” e i regolamenti sull’investimento sostenibile sono aumentati a livello globale da meno di 50 nel 2015 a più di 500 oggi.4

Le critiche ai principi ESG

Analizziamo qui alcune delle critiche; spesso sono eccessive e meritano di essere considerate in modo più approfondito sulla base di quanto segue: 

  • I principi ESG hanno attratto l’attenzione, non sono stati una distrazione. Gli sforzi di integrazione ESG hanno portato alla luce problematiche quali il rischio climatico e la diversità. Questo, con tutta probabilità, ha accelerato gli interventi delle aziende e delle autorità, anziché essere fonte di distrazione rispetto a tali tematiche.
  • Qual è l’obiezione? Va riconosciuto che molti indicatori ambientali e sociali sono peggiorati negli ultimi 20 anni. Ma ambiente e società sarebbero stati migliori se il settore degli investimenti avesse ignorato le considerazioni ESG come avveniva generalmente prima del 2004? È poco probabile.
  • ESG: solo dati. Al livello più basilare, gli indicatori ESG comunicano informazioni “spassionate” sulla gestione aziendale che possono avere un impatto significativo sui risultati. È vero, i dati spesso non sono ampiamente divulgati, vengono raramente verificati e si prestano a interpretazioni diverse. Ma, adeguatamente analizzati, questi dati possono comunicare agli investitori più attenti informazioni importanti e negoziabili, in grado di generare sovraperformance.
  • Non è una questione di commissioni. Secondo alcuni critici, gli operatori del settore utilizzerebbero gli approcci ESG come scusa per farsi pagare di più. Ora, questo può essere vero per alcuni fondi passivi e i loro equivalenti ESG, ma non esistono dati che avvalorino questa critica per la maggior parte dei fondi ESG a gestione attiva. Nella maggior parte dei casi, i fondi ESG hanno prezzi simili ai fondi standard equivalenti.
  • ESG: oltre le emissioni. Sebbene possa essere considerato il più importante, il cambiamento climatico non è l’unico rischio sistemico. Ad esempio, se riuscissimo a ridurre le emissioni ma esacerbassimo le disuguaglianze, non faremmo altro che scambiare/prediligere un rischio sistemico per un altro. 

Un passo necessario per la finanza sostenibile

Prima di ESG, c’era l’Investimento socialmente responsabile (SRI), che puntava alla creazione di un sistema economico equo e sostenibile. Con l’avvento del PRI, l’attenzione si è spostata sui fattori ESG, di fatto eliminando le nozioni di responsabilità e irresponsabilità per concentrarsi sul risultato finale e sui rischi e premi finanziari insiti nella considerazione di questi fattori.

Il successo del movimento ESG ha aperto la strada a un dibattito più ampio sul futuro della finanza sostenibile. Il cerchio si sta chiudendo: ci allontaniamo dalle considerazioni puramente finanziarie sull’integrazione ESG, per riconoscere che gli investitori hanno un impatto reale sul mondo e che la loro capacità di generare rendimenti sostenibili dipende da un pianeta, e da una popolazione, sani. Oltre 270 asset manager, con AUM per un valore di circa 61 mila miliardi di USD, si sono ad oggi impegnati a creare portafogli a emissioni nette zero entro il 2050, sottoscrivendo l’iniziativa Net Zero Asset Managers.5

Senza gli sforzi del PRI e di altri gruppi settoriali, le questioni ESG non sarebbero oggi nell’agenda della maggior parte dei consigli di amministrazione, né verrebbero intraprese azioni politiche per garantire la trasparenza ESG e incoraggiare l’investimento in soluzioni sostenibili. Rileviamo anche che non sono ancora stati compiuti i progressi necessari verso un’economia a basso tenore di carbonio, sostenibile dal punto di vista ambientale e inclusiva di cui abbiamo collettivamente bisogno per garantire rendimenti nel lungo termine. In altre parole, c’è ancora molto da fare. L’eccezionale crescita del “settore ESG” ha imposto un dibattito atteso da tempo sull’intersezione tra il benessere della società e gli investimenti. Quel che era vecchio è tornato nuovo e, speriamo, appena in tempo.

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Temi di investimento per il lungo periodo

La deglobalizzazione nel contesto del “decoupling dalla Cina”

Shanghai

Il c.d. disaccoppiamento dalla Cina è un tema di mercato dominante dall’inizio della disputa commerciale tra Cina e USA nel 2018, con alcuni grandi Paesi sviluppati intenzionati a rimpatriare la loro produzione globale. Questo ha sollevato timori di deglobalizzazione, ossia la frammentazione delle catene di fornitura e la decelerazione del commercio e degli investimenti transfrontalieri. Questi sviluppi hanno rimesso in discussione i meriti di un investimento in Asia, inclusa la Cina, situata al centro di molte catene di fornitura globali, scrive Chi Lo, senior market strategist per la regione APAC.

Le limitazioni sui trasferimenti di tecnologie – tra le altre misure di restrizione del commercio – rappresentano oggi l’incertezza maggiore per l’Asia, dal momento che un terzo delle sue esportazioni interessa proprio l’elettronica e altri prodotti tecnologici.

La crisi di Covid-19 ha aggravato i timori sulle prospettive per il settore manifatturiero asiatico, interrompendo le catene di fornitura globali e creando carenze di qualsiasi prodotto, dai materiali edili alle componenti auto ai semiconduttori.

Lo spostamento delle catene di fornitura asiatiche

Sebbene questi timori abbiano indotto alcune grandi aziende a ridurre il sourcing o le attività manifatturiere in Asia per spostarli altrove, non identifichiamo un disaccoppiamento su larga scala dalla regione o dalla Cina.

Innanzitutto, contrariamente alle aspettative secondo cui la guerra commerciale e la pandemia avrebbero ostacolato il commercio bilaterale sino-statunitense, questo è in realtà aumentato da 620 miliardi di USD annualizzati nel giugno 2018 a 801 miliardi di USD nell’agosto 2022. Un andamento parzialmente dovuto al fatto che le spedizioni dagli USA alla Cina sono aumentate, nonostante gli acquisti cinesi siano stati inferiori all’accordo cosiddetto di Fase 1 stipulato nel gennaio 2020. 

In secondo luogo, anziché ridurre la loro dipendenza dalle catene di fornitura asiatiche, gli importatori USA hanno incrementato le importazioni dalla regione ASEAN6 più ampia. I flussi degli investimenti esteri diretti (FDI) verso la Cina sono aumentati negli ultimi sei anni (Grafico 4).

Nessun disaccoppiamento

Acquistare di più dalla regione ASEAN non significa acquistare meno dalla Cina o “sganciarsi” dal Paese. Anzi, questo cambiamento del modello delle importazioni illustra la strategia cosiddetta Cina + 1, nella quale le società continuano a produrre in Cina per il mercato locale, spostando una parte della capacità nella regione ASEAN.

Il trasferimento è un mezzo per gestire le interruzioni delle catene di fornitura dovute a questioni economiche e politiche e, più di recente, a Covid-19. Questo si rispecchia nei crescenti flussi di FDI verso i Paesi ASEAN. Il persistere degli investimenti in Cina avalla la nostra visione di lungo corso dell’“investire in Cina per la Cina” da quando, nel 2016, gli Stati Uniti hanno ridefinito la loro politica sulla Cina da impegno costruttivo a competizione strategica.

È importante notare che una grossa quota dei flussi di FDI verso i Paesi ASEAN proviene dalla Cina, responsabile oggi del 40% del totale rispetto a solo il 10% pochi anni fa. Un fatto che, in realtà, rafforza l’integrazione della catena di fornitura tra la regione ASEAN e la Cina anziché indebolirla. In precedenza, i componenti venivano spediti dai Paesi ASEAN alla Cina, la quale a sua volta li rivendeva nei mercati mondiali, diventando a tutti gli effetti la “fabbrica del mondo”. Oggi questo processo sembra aver invertito la rotta: la Cina rifornisce i paesi ASEAN di prodotti che alimentano le esportazioni della regione in tutto il mondo. Questo cambiamento del processo di integrazione delle catene di fornitura ha ampliato la “fabbrica del mondo” a includere anche il resto dell’Asia.

Implicazioni

Lo spostamento delle catene di fornitura asiatiche riflette anche la strategia cinese della “doppia circolazione”. Pechino punta a sfruttare l’impeto della sua crescita interna per alimentare la crescita nazionale e regionale. Questo potenziale rappresenta una solida base per gli investimenti di lungo termine nell’Asia emergente e in Cina.

Da un punto di vista macroeconomico, questo sviluppo si tradurrà presumibilmente in stretti legami economici infraregionali, rimettendo in discussione il trend della deglobalizzazione. Con l’intensificarsi dei timori sull’inflazione e le pressioni dei prezzi degli input che gravano sulle aziende, i vantaggi di costo derivanti dal sourcing in Asia, le cui catene di fornitura si sono ulteriormente integrate con la Cina, diventano sempre più evidenti.

Stanno avvenendo sottili cambiamenti che trasformeranno l’Asia in un hub produttivo emergente per i mercati mondiali. Vediamo, ad oggi, pochi segnali di un disaccoppiamento globale e regionale dalla Cina. Dal Regno di Mezzo ci si può allontanare, mai nascondersi.

PROSPETTIVE PER IL SETTORE TECNOLOGICO – PREVALGONO I DRIVER DI CRESCITA SECOLARI

Drone and paving

Le prospettive per il settore tecnologico nel 2023 sono difficili da valutare, alla luce dei grandi fattori di rallentamento macroeconomici e geopolitici. Tuttavia, continuiamo a confidare nella sostenibilità dei driver di crescita secolari alla base della nostra strategia – cloud computing, intelligenza artificiale, automazione e Internet delle cose – nonché nelle tecnologie fondazionali che abilitano questi temi. I leader e i beneficiari della trasformazione digitale produrranno crescita dei ricavi, utili, flussi di cassa e rendimenti superiori in un orizzonte d’investimento di lungo termine, sostengono Pamela Hegarty e Vincent Nichols.  

Per gran parte del 2022, il settore tecnologico ha sottoperformato il mercato più ampio sulla scia del rialzo dei tassi d’interesse. Di conseguenza, le valutazioni si sono ridotte e non è rimasto praticamente alcun “eccesso”, soprattutto nei settori dei semiconduttori e del software.

Sebbene siano probabili revisioni al ribasso degli utili sulla scia del rallentamento economico, crediamo che il settore potrebbe sovraperformare, considerando la resilienza storica degli utili del comparto tecnologico nel corso delle fasi di recessione.  Con la graduale decelerazione della crescita, gli investitori potrebbero essere nuovamente disposti a pagare di più per approfittare di una crescita di buona qualità.

Opportunità con l’arrivo del 2023 

  1. L’adozione del cloud computing, dell’intelligenza artificiale (IA), dell’automazione e di Internet delle cose prosegue, spinta dalle aziende che si adoperano per risparmiare sui costi e prendere decisioni più lungimiranti. 
  2. L’importanza strategica della trasformazione digitale dovrebbe dare resilienza alle spese informatiche delle aziende. Gartner prevede una crescita del 5% delle spese IT nel 2023. La cybersicurezza è una delle aree che a nostro avviso dimostreranno una buona capacità di tenuta.
  3. La domanda di semiconduttori potrebbe essere resiliente nei mercati finali, tra cui il settore automotive (dove i contenuti elettronici aumentano e le scorte restano basse) e i centri dati (in funzione della capacità di tenuta delle spese a supporto delle iniziative cloud e IA).
  4. Le valutazioni appaiono attraenti. Stimiamo che il rapporto tra valore d’impresa e vendite stimate sui dodici mesi successivi dei titoli del segmento software in Nord America tornerà a quasi 6x. Un valore vicino ai livelli del 2013-2018 e del 32% al di sotto della media dei cinque anni più recenti (Grafico 5).
  5. La maggior parte dei titoli di società dei semiconduttori sono scambiati a livelli vicini (o inferiori) ai nostri scenari peggiori, dal momento che gli investitori hanno scontato le correzioni delle scorte in tutti i mercati finali.

I rendimenti reali di duration lunga hanno probabilmente raggiunto i picchi. Quindi, anche mentre la Federal Reserve USA continuerà ad alzare i tassi, non necessariamente le valutazioni diminuiranno ulteriormente. Inoltre, la crescita tornerà a scarseggiare, riportando con tutta probabilità gli investitori a gravitare verso i titoli growth di qualità.

Quali sono i rischi? 

  1. I tassi d’interesse reali potrebbero aumentare ulteriormente, sortendo un effetto negativo sulle valutazioni degli asset di lunga duration.
  2. La debolezza delle spese dei consumatori in PC e smartphone di bassa gamma potrebbe diffondersi ai clienti commerciali e aziendali, nonché ad altri mercati finali.
  3. I beneficiari di COVID, ad esempio il settore dell’e-commerce, potrebbero continuare a sottoperformare con il graduale ritorno della crescita verso i trend pre-pandemia.
  4. La guerra in Ucraina, la disputa commerciale tra Cina e USA e i movimenti autoritaristici e sovranisti, inclusi i nazionalismi rispetto alle catene di fornitura, stanno creando incertezze.
  5. La regolamentazione continua a rappresentare un rischio. 

In sintesi

Crediamo che la ricerca fondamentale bottom-up sui titoli, unita a una buona disciplina di costruzione dei portafogli siano l’approccio migliore per muoversi attraverso le incertezze. Stiamo riesaminando i modelli finanziari delle aziende per verificarne la resistenza agli scenari di recessione e assicurarci che i nostri prezzi target siano conservativi.

Abbiamo analizzato le nostre partecipazioni in base al loro potenziale di crescita dei ricavi e stabilità per i prossimi tre anni e alla solidità della loro “posizione dominante”, nonché al loro posizionamento competitivo e alla solidità dello stato patrimoniale. Siamo investiti in aziende di qualità elevata, con crescita stabile e posizioni di mercato dominanti. Per quanto riguarda i titoli growth più speculativi e con flussi di cassa di duration più lunga, deteniamo posizioni modeste.

Cerchiamo i titoli di società che hanno ridotto il rischio o vantano motori di traino idiosincratici che si dimostreranno resilienti in una recessione. Tra gli esempi, Micron Technology7, soggetta a forti revisioni al ribasso degli utili e il cui titolo è oggi scambiato poco oltre il valore contabile, e First Solar, che ha contrattualizzato tutta la produzione per i prossimi due anni e potrebbe espandere la propria capacità produttiva grazie ai crediti d’imposta negli Stati Uniti.

Siamo fiduciosi che i motori di crescita secolari domineranno rispetto ai timori ciclici di breve termine nell’arco di un orizzonte d’investimento di tre anni o più. Ci concentriamo sulle partecipazioni in società leader o beneficiarie sostenibili della trasformazione digitale, con vantaggi competitivi duraturi e scambiate a valutazioni appetibili.

INVESTIMENTO TEMATICO AMBIENTALE: LA STORIA PUÒ AIUTARE A VALUTARE IL FUTURO

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Comprendere i motori di traino delle rivoluzioni industriali del passato può essere particolarmente utile per valutare le opportunità d’investimento di lungo termine, come quelle presentate dagli effetti del cambiamento climatico e dell’attuale crisi energetica. Quali lezioni possono apprendere gli investitori dalla storia dell’economia, si chiedono Edward Lees e Ulrik Fugmann.  

Anche tra tutti gli ostacoli dovuti alle crisi, come gli stress sulle forniture di beni alimentari e di energia e i fenomeni climatici estremi, il mondo è prossimo a una nuova rivoluzione industriale, che potrebbe consentire un utilizzo più efficiente delle capacità – e delle risorse – portando a un futuro più verde e sostenibile.

L’“Industria 4.0” – con innovazioni come le fabbriche intelligenti, i sistemi autonomi, la stampa 3D e l’apprendimento automatico – promette di fornirci gli strumenti per ricostituire la biosfera, incrementare la sicurezza energetica e alimentare e migliorare gli standard di vita e le opportunità di lavoro.

Sembra anche destinata ad aprire la strada a un’economia della condivisione, con approcci open source alle informazioni e all’innovazione, in grado di accelerare il cambiamento anche in termini di transizione energetica. Un esempio pratico: in uno scenario di questo tipo, meno persone possiederanno automobili e, semplicemente, noleggeranno un veicolo (presumibilmente elettrico autonomo) quando ne avranno necessità.

La strada verso l’Industria 4.0

Progressi di tale portata richiederanno investimenti massicci. Tuttavia, valutare quali saranno le aziende “vincenti” nel lungo termine e riuscire a evitare le mode di breve durata potrebbe essere problematico: uno sguardo alle rivoluzioni del passato può aiutarci.

La prima rivoluzione industriale – in Inghilterra tra il 1760 e il 1860 – trainata dai progressi tecnologici, dall’istruzione e dalla crescente disponibilità di capitale, trasformò il Paese nel “laboratorio mondiale”, portando con sé un sostanziale incremento del reddito reale pro capite.

La seconda rivoluzione industriale – negli Stati Uniti a partire dagli anni 1850 – fu alimentata da fattori quali l’elettrificazione, la produzione di petrolio greggio, la rapida diffusione della telefonia e la produzione di veicoli tramite catene di montaggio. Questi fattori spinsero l’ascesa del Paese a ruolo di superpotenza mondiale. Entro i primi anni 2000, il potenziale produttivo dell’infrastruttura sulla quale era stata costruita la seconda rivoluzione industriale si era esaurito ed emerse una nuova infrastruttura tecnologica, fondata su computer, reti informatiche e robotica. Da qui, i semi dell’Industria 4.0.

Quest’ultima rivoluzione potrebbe essere trasformativa per le economie, l’ambiente e il modo in cui le società sono organizzate. I progressi tecnologici contribuiranno a ridurre quasi a zero (o comunque a un importo marginale) i costi per produrre e consegnare sempre più beni e servizi.

Nel prossimo decennio, le infrastrutture dell’Industria 4.0 sembrano destinate a espandersi fino a includere, ad esempio, le automobili a guida autonoma, che utilizzano energia rinnovabile a basso prezzo su reti di trasporto intelligenti. Questo dovrebbe consentire alle persone di condividere la mobilità, ma anche le comunicazioni e l’energia.

Identificare temi e vincitori

Come possiamo identificare le aziende in grado di sopravvivere e di prosperare per i prossimi 10-20 anni?

A nostro avviso, la storia ha dimostrato che il ritmo dei cambiamenti tecnologici e dei ribassi dei costi, spesso, ha superato le aspettative. Si veda, ad esempio, la quota di elettricità generata da fonti rinnovabili rispetto al totale della generazione elettrica statunitense. Le soluzioni ambientali, come l’idrogeno verde, l’energia fotovoltaica e le bioplastiche stanno rivoluzionando la produzione manifatturiera e le catene di fornitura e trasformando i comportamenti dei consumatori globali.

Comprendere questa trasformazione sempre più rapida – e, in modo particolare, il suo impatto sui settori interessati – contribuisce a informare le nostre decisioni d’investimento. Puntiamo a beneficiare della penetrazione delle tecnologie trasformative, dei tassi di crescita che questi progressi portano per i settori e le aziende e di ciò che tutto questo significa per i loro cicli di vita.

Trovare le aziende vincenti richiede ricerca, mentalità aperta e la capacità di analizzare sfide e opportunità da prospettive diverse. Inoltre, significa possedere la convinzione necessaria a puntare rigorosamente su risultati ambientali positivi.

È necessaria una comprensione più approfondita, ad esempio, della portata – e, soprattutto, dell’interconnessione – delle sfide poste dalla crisi energetica e delle opportunità che la stessa crea, quali una transizione più rapida verso le fonti di energia rinnovabili e prodotte localmente. Comprendere in modo esaustivo le fasi di trasformazione, del passato e attuali, ci può aiutare a identificare i potenziali vincitori, in termini di investimento, della prossima era a carbonio zero. E siamo convinti che la gestione attiva degli investimenti sia fondamentale per identificare le aziende in grado di sovraperformare.

LA RESILIENZA DEI MERCATI PRIVATI: IL DEBITO INFRASTRUTTURALE

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I mercati privati hanno trasformato il panorama degli investimenti dopo la crisi finanziaria globale (GFC).  Quasi 10 mila miliardi di USD sono stati investiti in questi mercati, ossia in quella che è diventata un’asset class globale sempre più diversificata8, dai prestiti alle imprese, alle attività reali, alla finanza strutturata e altri strumenti. In questo articolo, Karen Azoulay si concentra sul debito infrastrutturale.  

Nel contesto fatto di caccia al rendimento e fabbisogno di qualità nei portafogli, il segmento del debito privato sta diventando sempre più rilevante. Avendo riportato una crescita del 13-14% l’anno nell’ultimo decennio, gli attivi in gestione (AUM) del debito privato superano oggi di gran lunga 1.000 miliardi di USD.9

In quanto asset class, il debito privato ha mostrato resilienza nel corso di interi cicli economici. Ad esempio, è stata l’unica asset class dei mercati privati ad aver aumentato la raccolta fondi ogni anno dal 2011, anche durante la pandemia.

Per gli investitori disposti a impegnare il loro denaro per periodi più lunghi, il debito privato può essere una buona fonte di diversificazione dei portafogli, offrendo una volatilità contenuta e scarsa correlazione con i mercati dei titoli quotati. Altre fonti di attrattiva sono il valore relativo interessante, i flussi di cassa indicizzati all’inflazione e il premio di illiquidità rispetto agli asset quotati.

Di questo segmento fanno parte anche gli strumenti a tasso variabile, potenzialmente più attraenti delle obbligazioni vanilla, in quanto la cedola è collegata a un tasso base e può aumentare in un contesto di rialzo dei tassi d’interesse.

Servizi essenziali a prova di recessione

Storicamente, il debito infrastrutturale ha dimostrato di essere un porto sicuro. Il segmento offre una gamma diversificata di esposizioni a molti settori difensivi (Grafico 7) e con diversi profili di rischio-rendimento. Complessivamente, crediamo che questo segmento sia ben posizionato in vista di una recessione, per gli stessi motivi per cui ha saputo navigare la pandemia meglio di altre asset class: molti progetti infrastrutturali sono finalizzati a servizi essenziali, necessari tanto nei periodi di prosperità quanto in tempi di ristrettezze. In altre parole, la popolazione ha bisogno di reti ferroviarie, di energia per illuminare e riscaldare la casa, ecc. anche nei periodi più difficili.

In quanto investimenti, gli asset infrastrutturali – dalle reti in fibra ottica ai parcheggi, alle utility e alle strade – sono caratterizzati da alte barriere all’ingresso: il completamento dei progetti richiede somme ingenti, tenendo così a bada la concorrenza. Spesso, tali progetti coinvolgono posizioni di mercato monopolistiche e prevedono tariffe regolamentate, e i flussi di cassa di lunga data nel corso dei cicli economici offrono stabilità agli investitori.

Infrastrutture verdi

Il debito infrastrutturale è collegato anche ad aspetti ambientali, sociali e di governance (ESG). Molti asset infrastrutturali sono fondamentali ai fini della transizione energetica e della digitalizzazione, anche sulla scia degli obiettivi di decarbonizzazione e dello zero netto entro il 2050 fissati dall’Unione Europea.

Questi obiettivi guidano le decisioni d’investimento: oltre alle ingenti somme richieste per eliminare gradualmente l’energia convenzionale nel settore delle utility, sarà necessario costruire più infrastrutture a energie rinnovabili nei prossimi decenni, ad esempio per le flotte elettrificate e il crescente utilizzo dell’idrogeno (verde). Per quanto riguarda il ruolo della digitalizzazione nel processo di decarbonizzazione, l’analisi dei dati può contribuire a migliorare l’efficienza (energetica).

Il nostro quadro ESG proprietario è stato interamente integrato nel processo di selezione degli investimenti; prevede un’analisi esaustiva e dettagliata da parte del nostro Sustainability Centre, nonché la valutazione di un consulente indipendente circa l’impatto di ogni investimento in funzione delle emissioni indotte ed evitate, del contributo ambientale netto e dell’allineamento delle temperature con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

Debito junior10 per superare la tempesta

Negli ultimi 10 anni, il debito infrastrutturale ha offerto rendimenti costantemente più elevati delle obbligazioni quotate, anche in virtù del rendimento addizionale che gli investitori percepiscono per rinunciare alla flessibilità dei mercati pubblici. Mentre i rendimenti del debito infrastrutturale sono rimasti piuttosto costanti, i rialzi dei tassi delle banche centrali hanno incrementato i rendimenti sui titoli di Stato e le obbligazioni societarie, indebolendo il premio di rendimento.

Per gli investitori alla ricerca di un rendimento simile a quello dei titoli societari con rating equivalenti, questo ha complicato la scelta tra le due asset class. Tuttavia, siamo convinti che il debito infrastrutturale junior – che offre rendimenti più elevati e simili a quelli delle azioni, mantenendo al contempo le tutele tipiche del debito, quali i covenant, e un rischio più contenuto – potrebbe rappresentare un’opzione attraente. Identifichiamo crescenti opportunità nel segmento telecom: in Europa vengono diffusamente distribuite reti in fibra di vetro, mentre l’esplosione dell’utilizzo dei dati e la nuova tecnologia 5G necessitano di centri dati e torri cellulari. Complessivamente, ci attendiamo un’ulteriore espansione del debito infrastrutturale, non da ultimo in virtù del continuo incremento del fabbisogno di finanziamenti legati alla transizione energetica e alla decarbonizzazione.

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Note

1 Novembre 2022

2 Novembre 2022

3 4,9% in tassi OIS più 50 pb per la riduzione dello stato patrimoniale, utilizzando le stime proprie della Fed

4 Fonte: PRI responsible investment regulation database, 2021 https://www.unpri.org/policy/regulation-database

5 Net Zero Asset Managers initiative publishes initial targets for 43 signatories as the number of asset managers committing to net zero grows to 273 – The Net Zero Asset Managers initiative

6 I Paesi membri della regione ASEAN includono: Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam

7 Questi titoli sono menzionati a soli fini illustrativi. Le strategie di BNP Paribas Asset Management potrebbero detenere o non detenere posizioni in tali titoli. Il valore degli investimenti e il rendimento da essi generato possono aumentare o diminuire ed è possibile che gli investitori non recuperino l’importo originariamente investito. Le performance passate non costituiscono garanzia di rendimenti futuri

8 Gli AUM totali nei mercati privati hanno raggiunto un massimo di sempre pari a 9,8 mila miliardi di USD al 30 giugno 2021; Fonte: McKinsey & Co

9 Fonte: Preqin

10 Il debito junior ha meno priorità in termini di rimborso rispetto alle richieste di risarcimento del debito senior in caso di insolvenza. Per questo motivo, il debito junior tende ad avere tassi d’interesse più elevati. Ha meno probabilità di essere rimborsato in caso di insolvenza, dal momento che verrà data priorità al rimborso del debito con classificazione più elevata.  

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